La Storia di Elsa Morante e la nostra voglia di dimenticare la verità sulla guerra

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La Storia della Morante non l’ho mai letta.

Forse vidi la serie (che allora non si chiamava così) del 1986, ma se così è stato l’ho rimossa e adesso che ho visto la nuova serie tv so anche perché.

Poche volte una storia mi ha traumatizzato come questa, una storia di perdenti che è la metafora dell’Italia di quegli anni e che somiglia troppo alle cose sentite raccontare da mio nonno, da altri parenti ormai scomparsi, da quanto letto e studiato.

È un po’ come quello che successe con Remì: una tragedia completa, un colpo di dolore dietro l’altro, senza pietà per uomini, bambini o animali e alla fine non l’ho più voluto vedere, traumatizzata. Ho saputo, crescendo, che la storia di Remì non ha fatto questo effetto solo a me, ma ha traumatizzato un’intera generazione.

Una tragedia autentica come quella raccontata dalla Morante è degna dei più impietosi racconti ottocenteschi per ragazzi, ma da adulti fa, se possibile, ancora più male e rabbia.

La Storia di Ida, madre sola, inadeguata, incapace di educare i figli perché l’unica risposta che trova ai problemi è ignorarli e andare avanti, la cui frase più frequente davanti all’orrore della guerra e della malvagità umana è ‘Non guardare!’, è la metafora dell’Italia di quegli anni, forse anche un po’ di questi.

Vittima anch’essa della stessa fragilità del figlio, va avanti giorno per giorno, senza speranza, senza troppe illusioni, nel silenzio e nella rassegnazione, subendo e introiettando ogni genere di dolore e paura, fino alle estreme conseguenze. 

Così si sopravvive o si cerca di farlo, in tempo di guerra.

Non c’è pietà per nessuno ne La Storia della Morante, non c’è la narrazione politically correct a cui ci hanno abituato gli ultimi anni, che ci edulcora la tragedia, pixella la morte, reinterpreta l’odio, lo scompone e ce lo propone in pillole addolcite talmente leggere che dimentichiamo cosa stiamo sorbendoci.

Niente di tutto ciò. Fedele alla tradizione neorealista, in pieno fermento degli anni 70, la Morante descrive impietosamente il destino di chi è vittima della guerra e della pazzia dell’uomo, senza filtri, scusanti, protezioni o pixellature. 

Tutti soccombono in un quadro d’odio e questo da un po’ ce lo siamo dimenticati. 

Muoiono i soldati, muoiono i cittadini, muoiono gli anziani, i bambini, i partigiani e persino gli animali. 

Non c’è possibilità di scampo all’odio umano.

Ce lo siamo dimenticati.

Se ancora sento dire che la guerra non è stata così brutta alla fine… ‘giusto per gli Ebrei’, significa che la pulizia della memoria ha già avuto effetto, con la benedizione di intellettuali, o pseudo tali, che reclamavano troppa crudezza in una narrazione definita ormai anacronistica.

E noi ci siamo assuefatti a questo odio e a questo dolore filtrato, che è meno interessante di un buon film con effetti speciali.

Io mi ricordo bene la polemica da cui nacque questo filone ‘edulcorante’. 

Cominciarono i comici, poi i politici a dire che era inappropriato vedere le immagini di morti al TG mentre si pranzava: ‘E che uno non può nemmeno pranzare in pace?’ Della serie: se muori mi disturbi. Vai a morire più in là, in silenzio.

Erano i morti per mano della mafia allora ad infastidire il delicato stomaco dell’italiano medio.

In poco più di 20 anni siamo arrivati a censurare anche i visi dei minori vivi e in perfetta salute in immagini e foto di 40 anni fa. Gente che ora è di mezz’età o magari è pure anziana. Siamo al parossismo.

Le immagini dell’Olocausto sono fuori moda, invece. 

Già negli anni 90 c’erano genitori che si lamentavano perché, a loro dire, disturbavano la sensibilità dei bambini.

Proprio come Ida al piccolo Useppe davanti ai treni pieni degli ebrei romani rastrellati il 16 ottobre del 1943, preferivano dire: ‘Non guardare!’, ma questo non è bastato a salvare il bambino e nemmeno chi nasconde la testa sotto la sabbia.

L’orrore va, per quanto sia possibile, spiegato. Solo guardandolo in faccia, chiamandolo con il suo nome, comprendendo i perché e le conseguenze si può sopportare.

Non sparisce ignorandolo. Torna solo più crudele, trovandoci impreparati.

E questa censura del ‘pensiero che disturba’ ci ha fatto dimenticare quanto è distruttiva e senza appello la guerra. La Storia della Morante ce lo ricorda.

Ci ricorda che nessuno è immune.

Una scena mi ha fatto particolarmente male, quella del sopravvissuto ai campi di concentramento che sbatteva la testa al muro, completamente fuori i sé, perché mi ha ricordato una cosa che mi aveva raccontato Nonno Otello.

Nonno mi raccontava di quanti soldati, anche suoi amici, erano tornati ‘con la testa che non funziona più’.

Uno, in particolare, che era andato a trovare poco dopo essere tornato dalla prigionia, mi raccontava che lo aveva trovato seduto vicino alla stufa in cucina che guardava fisso fuori della finestra e non parlava più. In stato catatonico. Era così da quando era tornato. Lui aveva provato a parlarci, a scuoterlo, ma quello non si era nemmeno accorto che mio nonno era lì. Non ci era tornato più, perché gli aveva fatto troppo male vederlo in quello stato.

Ecco, questo mi sono chiesta e questo pensiero continua ad infestare la mia mente dopo aver visto La Storia: quanto può resistere la mente umana a tanto orrore? 

Mi chiedo cosa sognasse mio nonno ricordando Buchenwald, cosa possono pensare nei momenti di solitudine i soldati dopo essere stati sul fronte o nelle trincee, i prigionieri, i cittadini indifesi oggetto di bombardamenti, rappresaglie, stupri, massacri senza motivo alcuno se non l’estremo imbruttimento dell’uomo incapace di capire che la guerra porta solo morte e brutalità.

Io lo so, non resisterei. Probabilmente farei la fine del piccolo Useppe, travolta da troppo odio. 

In guerra muoiono tutti. 

Non vi fate illusioni. 

I buoni e i cattivi. 

I colpevoli e gli innocenti. 

Chi l’ha causata e chi la subisce. 

I pochi che si salvano muoiono anche loro dentro.

Eppure continuiamo a fare guerre, a dimenticarci com’è.

Come Ida a Santa Maria della Pietà, ci rifuggiamo in un mondo fantastico in cui non è mai successo niente e ridiamo felici, dimentichi di Gaza, di Ucraina, di Africa, Yemen e mille altri posti al mondo in cui anche giocare a pallone in un campo può significare esplodere su una mina sepolta lì ancora da 50 anni.

Stiamo ancora qui ad evacuare un paese per una bomba della Seconda Guerra Mondiale e ancora non abbiamo imparato niente.

È insito nell’essere umano, dice qualcuno.

Allora, ancora una volta, l’essere umano merita l’estinzione, anche perché fa del tutto per autosterminarsi.

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