Canto di Natale, ovvero l’elegia delle sedie vuote

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Questo Natale lo aspettavo per tornare a casa, perché quando sei lontano da chi ami, tornare è un po’ una rinascita e tornare a Natale è persino più bello.

Il Natale è forse l’unico momento dell’anno in cui la famiglia è davvero riunita, cosa importante per me che sin da piccola sognavo Natali pieni di parenti, canti e allegria.

E a dir la verità, in specie i giorni passati con i miei cugini sono sempre stati attesi con impazienza, per la buona compagnia, le risate, l’allegria, quel modo complice di sostenersi e volersi bene anche quando si prendono strade che ti portano lontano, quel modo di sfottersi a vicenda per regalare un’altra scenetta al pubblico familiare che finirà a riderci sopra.

Ridere.

Ecco, stare in famiglia per me equivale a ridere, all’allegria, alla gioia di stare insieme. Anche solo per un giorno l’anno. Per ricordarci che ci vogliamo bene.

Però quest’anno mancava più di un pezzo nel puzzle familiare e questa mancanza l’ho sentita tanto e per la prima volta, nel Natale più allegro si è insinuata la tristezza.

Innanzi tutto mancava Alberto.

Il 25 sera, mentre ripulivamo casa e io stavo poco bene, da una parte ho visto la scatola vuota del panettone. Il pensiero è stato immediato, automatico: questo lo mettiamo da parte per Alberto.

A Natale, il giorno in cui compieva anche gli anni, il rito del copricapo fatto con la scatola del panettone era sempre molto atteso e Alberto non ci deludeva mai. Ogni anno una nuova, stramba creazione per farci ridere, lui che rideva sempre anche delle cose brutte della vita.

Per quanti anni?

È terribile capire quanto può mancarti una persona che ha portato allegria e buonumore in tutta la tua vita, in un momento come il Natale.

È un colpo basso.

Non oso pensare a come stiano Licia, Nicola ed Alice. Spero solo che arrivi loro tutto il mio affetto. Non sarà di consolazione, certo, ma vorrei che sapessero che c’erano tutti, lì con noi.

Poi mancava Amedeo che forse oggi si è operato, e papà, Claudio e Gino mi sembravano soli in mezzo a troppi posti vuoti.

I posti vuoti ti portano a pensare ai Natali del passato, a quando c’erano zio Paolo e zia Carla, zia Egle… a quando eravamo tutti più giovani. È che a volte viviamo come se fossimo ancora fissi a quegli anni, noi i piccoli, poi i genitori e i cugini, e più grandi gli zii.

Però adesso i più grandi sono i genitori e noi siamo più vecchi di loro a quel tempo e all’improvviso una delle cugine più piccole mi dice che è andata a vivere con il ragazzo perché ha 30 anni…

Trent’anni.

Di più di quelli che mi sento io e tanti in meno di quelli che in effetti ho.

Non è questo il problema, il problema è che passano gli anni e noi siamo sempre di meno. E quell’equilibrio, quella stabilità che ha caratterizzato una vita, cambia con il nostro numero.

Alla fine è tutta qui la vita: sopravvivere facendo finta di niente.

Ricordo un libro, ora quasi introvabile, che è la giusta allegoria di tutto questo: I viaggiatori della sera di Umberto Simonetta. Ne fecero anche un film con Tognazzi e la Vanoni.

Ecco, a volte mi sento come quei viaggiatori che consapevoli di dover morire da un momento all’altro, si davano alla pazza gioia e alla trasgressione, fingendo non fosse così.

Lo dico io, che dopo esserci passata, ho contezza costante della morte e non dimentico mai di vivere ogni giorno come fosse l’ultimo.

Eppure… quando vedi quelle sedie vuote sembra che non ti resti che salire sul Carrozzone e continuare ad andare, ridendo con il buffone per scaramanzia, così la morte va via, come dice Renato Zero.

Ma la morte non va via.

Le persone se ne vanno e lei resta a ricordarci che dobbiamo fare in fretta a dire ti amo, a dire ti voglio bene, a fare qualcosa per gli altri, a dare un senso alla nostra vita, perché la prossima sedia vuota magari sarà la nostra, perché comunque tutti vorremmo lasciare un bel ricordo di noi, foss’anche solo per i Natali futuri.