Francesca Marrucci

I miei ragazzi

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Mi sveglio una mattina e mi dicono che uno dei miei ragazzini più dolci, teneri, cari non c’è più.

In verità ha più di trent’anni, ma conserva quel viso d’angelo di quando ne aveva quattordici e sorrideva sempre. E comunque i miei ragazzini rimangono all’età in cui li ho conosciuti per sempre, anche quando mi mandano a lezione i figli.

È un dolore sordo quello di una perdita così, uno di quelli che sa di profonda ingiustizia, uno di quelli che ti fa sentire impotente, inutile, uno di quelli che ti lascia senza fiato.

Stai lì, fai le solite cose, trovi il coraggio di avvertire gli amici, posti una foto, ma sostanzialmente aspetti.

Aspetti che passi quel dolore, ma sai già che sarà solo per essere sostituto dal rimpianto di una lunga lista di cose che avresti dovuto dire, fare, chiedere… prima.

Sempre prima.

Sempre se avessi fatto, detto, chiesto, se mi fossi accorta… prima.

E mentre stai lì a cercare di mettere insieme qualche cosa di logico tra le decine di cose che devi fare e che non riesci a fare, ecco un messaggio.

Un altro.

Un altro dei tuoi ragazzi.

Più piccolo, che ti chiama disperato per consigli pratici su come comportarsi visto che l’ex ragazza ha un ritardo e lui si vede già padre.

Ridi, finalmente.

E in silenzio brindi alla vita.

Passano gli anni, ma i miei ragazzi continuano a rendermi parte dei loro amori, delle loro vittorie, delle loro sconfitte, delle loro paure, delle loro gioie, delle loro vite e delle loro morti.

Io sto qui e li guardo passare.

Osservo il loro crescere senza lasciarli cambiare nel mio cuore e nella mia testa.

Piango e rido per loro e con loro e ad ognuno regalo un pezzo di cuore.

Qualche volta quel pezzo di cuore se lo portano via, e fa più male, qualche volta lo continuano a custodire e mi fa bene.

E può succedere, nello stesso giorno, che ti insegnino l’ineluttabilità della morte e la forza straordinaria della vita.

E li ringrazi per questo, perché grazie a questo esisti anche tu.

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